
Scritture scriteriate
a cura di Francesco Maria Moriconi
Un viaggio negato

Ho viaggiato in Terra santa da agnostico, parecchi anni fa. I luoghi sacri, a volte così pesantemente addobbati, non mi ispiravano molto a causa del sovrapporsi di elementi storici diversi, contrastanti. Mi colpivano, invece, i luoghi semplici, rimasti più o meno come 3000 anni fa. Toccare un muro in mattoni, immergermi fra gli ulivi a Gerusalemme, che pare siano in parte quelli dell'epoca di Gesù. Nel gruppo di pellegrini-turisti c'era chi chiedeva se il Salvatore fosse passato di lì. Una volta padre Lenociu, un sardo piccoletto che viveva a Gerusalemme alternando gli studi biblici al lavoro di guida turistico-spirituale, all'ennesima domanda rispose che certezze non ve ne possono essere, ma probabilmente quel tal luogo all'epoca di Gesù esisteva già.
La signora che aveva fatto la domanda subito iniziò a segnarsi e a strusciare su una parete la foto di suo figlio. Durante il viaggio la stessa lasciava una foto del figlio nei luoghi ritenuti sacri. Razionalmente, soprattutto per chi come me non credeva, il gesto mi sembrò irrazionale, quasi pagano; pur tuttavia ne trassi un sentimento di pietà per questa madre alle prese con chissà quale problema familiare. La stessa ricordo che quando visitammo il Giordano (nel luogo che tra l'altro è riconosciuto non essere il punto esatto in cui Gesù, secondo la descrizione del quarto vangelo, si presentò a Giovanni per essere battezzato) si immerse completamente nel fiume con una tunica bianca. Grossa, tutta bagnata, risalendo il greto mi disse che quella veste non l'avrebbe mai rilavata. La cosa in sé suscitava il sorriso, ma anche un sentimento di vicinanza a quella persona forse un po' disturbata che si aggrappava a ogni possibile contatto col passato.
A distanza di anni mi pare di capirne meglio la psicologia e la fede fortissima. Già allora non ne ridevo, solo mi faceva pena. A distanza di anni ci vedo non solo la fede ma un dolore intenso per il figlio. Ricordo anche due madri napoletane (tra l'altro mi rubarono il cappello di cotone fondamentale per chi giri quei posti in giugno, col caldo e il sole accecante), ebbene a Gerusalemme queste entrarono nel Santo Sepolcro gettandosi dentro quasi strisciando. Povere persone sofferenti attaccate a una speranza, forse un figlio drogato, chissà. Invece io entrai con discrezione, anche perché, ripeto, all'epoca ero agnostico; comunque capivo e accettavo la loro differenza.
Durante tutto il viaggio ciò che mi intrigava era che certi reperti archeologici nella loro semplicità senza pretese artistiche mi riportavano alla storia, laicamente intesa. Solo dopo qualche anno ho capito che, forse inconsapevolmente, quei luoghi, quei reperti rendono la semplicità e l'essenzialità dei testi evangelici, almeno dei Sinottici. Ma soprattutto ripenso a quel viaggio e l'occhio interiore si sposta dai luoghi alle pagine del Vangelo di Marco, quello che per brevità può leggersi in un solo giorno: stringato ma denso, come anche l'interpretazione del bianco e nero nel film di Pasolini con Il Vangelo secondo Matteo. Da allora non sono potuto più tornare in Palestina, proprio ora che sarei spinto dalla riacquistata fede. Oggi il pensiero va a questa Terra che sembra davvero maledetta, dove le guerre non sembrano poter finire mai.
La felicità

Arriviamo alla sua casa di montagna che ormai è tardi. Non abbiamo roba da mangiare, temo. L'amico, classico figlio di mammà non ha portato nulla. Solo saccenza. «Domani - dice lui -scenderemo a fare la spesa al paese più vicino».
Ma siamo partiti di domenica, tardi, senza neanche una scatoletta di tonno e due crackers sframicati.
«Non preoccuparti – insiste - a casa mia, su in montagna, c'è tutto». Tutto un par di p...
Fortuna un pacco da mezzo chilo di pasta scaduta. E adesso? Si, trovo anche un cincinin di olio d'oliva avanzato in un mobile stile montanaro, ovviamente. L'assaggio. Buono. Ancora buono. Esco. Fuori, arrivando ho visto un piantone di lauro non velenoso e un meraviglioso cespuglio di rosomarino. Mi viene in mente la scena tenera di Geppetto di Comencini alle prese con un povero pasto.
Al rientro la cucina si inebria di questi profumi. L'alloro quasi dà un giramento di testa. Pulisco il tutto con uno strofinaccio appena inumidito così che aroma e sapore non si perdano.
Trovo un coltello che affilo con un altro coltello, un tagliere di legnaccio robusto. Trito finemente prima il rosmarino poi le foglie di alloro privandole delle parti più dure. Poi tutto insieme ben tritato pongo tutto in una ciotolina e copro di olio. Nel frattempo l'amico viziatone (che si vanta «Io ho fatto lo scout e il militare che credi...» ) è riuscito a mettere a bollire l'acqua gelida della fonte. Mi fa «Ma sei sicuro che... ». Lo interrompo subito con decisione: «Io sono sicuro della mia fame, del fatto che non hai voluto fare la spesa, e che in dispensa ci sono solo ste due cose e a sentire te avremmo trovato... Per una settimana. Piuttosto mettiti alla cerca, segugione di mammà e vedi se si è salvata qualche bottiglia di vino dall'ultima orgia che avete organizzato in questo immeritato paradiso » .
Dopo lunga ricerca l'amico torna da una dispensa sul retro della casa con tre bottiglie di rosso. Mi brillano gli occhi, anche perché nel frattempo anche il camino ha cominciato a gettare belle lingue di fogo. L'acqua bolle, butto il sale, poi la pasta scaduta e aspetto assaggiando da un bicchiere il vino appena stappato. Bel rubino. Ancora spumante. Profuma di vino, senza altri aggettivi e smancerie.
All'amico non ho detto che la pasta era scaduta. Capace digiunava.
La confezione dice 12 minuti di cottura. «Facciamo 10». Almeno sulla pasta al dente siamo d'accordo.
Ancora un po'. È pronta. Scolo io. Non si sa mai che l'esperto scout e poi allievo ufficiale la faccia cadere a terra. Che poi io la mangerei ugualmente, lui non credo, sofistico come l'ha tirato su mammà. Impiatto. Due etti a testa, anzi, tutto il pacco. Condisco con la salsetta cruda di erbe. Il profumo inebria. Il sapore deciso si tira dietro il secondo bicchiere di rosso che mi sembra quello di Santa Bonarda. Il primo era andato come aperitivo. Due bocconi e mezzo bicchiere, poi un'altra forchettata, mezzo bicchiere e un sonoro rutto. Gli occhi sono rossi di rosso e di fogo.
Datemi un'altra definizione di felicità.
La sinossi di un libro

Tempo fa, ma quanto tempo fa non ha importanza, un amico, ma chi sia questo amico non ha importanza, ecco, tempo fa, che è come dire c'era una volta il Barone Roberto o un pezzo di legno, questo amico mi confida che ha scritto un romanzo e vorrebbe pubblicarlo.
Manco a dirlo. Mi manda il dattiloscritto e lo trovo buono (alla maniera di Hemingway) oppure ottimo (alla maniera di Calvino), ma contrariamente ai miei migliori auspici il libro è stato bocciato. Proprio così: è già stato bocciato. Da una giuria qualificata? Da un critico superesperto? Da un editore accreditatissimo a destra, centro e sinistra? No! E' stato bocciato punto e... bestia.
Allora l'amico (perché è un maschio caucasico), dopo i miei complimenti inutili, mi racconta "brevis verbis" come è andata la cosa. Ve la racconto perché, a suo modo, essa, la cosa, mi ha ricordato qualcosa della vita non dolce di Bianciardi e, emblematicamente, qualcosa della lotta inane contro i mulini a vento dello scrittore più amato dal mio amico, insieme a Bianciardi, naturalmente.
L'amico parte sparato:
«Secondo me in un romanzo la storia, la vicenda, i fatti contano poco. A parte il fatto che in 3000 anni è già stato detto tutto, quello che conta davvero non è tanto la storia quanto il modo in cui si scrive».
Vabbè, dico, questo è quasi ovvio. Ma lui non demorde, né ascolta, e continua imperterrito, convinto, più che informato. Lo sento assai... preparato.
Così aggiunge: « Tecnica, linguaggio, scelte lessicali e poi ancora caratterizzazioni psicologiche dei personaggi, digressioni e ancora ricerca stilistica personale, insomma in un romanzo c'è tutto un mondo che conta più del semplice susseguirsi di eventi. Ci sono romanzi in cui veri e propri eventi manco ci sono, c'è Saramago che ha scritto un racconto su un uomo che cade da una sedia (va beh, parlava di Salazar) però l'ha scritto con lo stile di Saramago... Quindi, per giudicare un romanzo la storia è, secondo me, il fatto meno importante.
Se guardiamo solo alla storia, la sinossi de "Il deserto dei Tartari" è: un uomo aspetta. La sinossi de "La montagna incantata" è: un uomo passa mesi in un sanatorio a chiacchierare con gli altri pazienti. La montagna incantata!!!!!!
Tu che dici? [a me intendeva l'amico]. Te lo dico perché mi hanno rifiutato il romanzo perché "è un tipo di storia già raccontato molte volte".... Considera che il testo non l'ho mandato, hanno letto solo la sinossi... » .
Ecco cosa più di tutto mi ha colpito, anzi francamente offeso, "hanno letto solo la sinossi".
Ma vaffanc...

Francesco Maria Moriconi è nato e vive nelle Marche.
Dopo la laurea in Lettere a Firenze, ha per lo più lavorato presso biblioteche pubbliche. Si è poi laureato in Filosofia a Urbino e diplomato in Scienze Religiose a Fermo.
Suoi contributi sono stati pubblicati dalla rivista "Firmana" dell'Istituto Teologico Marchigiano. L'Istituto di Storia del Movimento di Liberazione di Fermo ne ha pubblicato il volume "La civiltà cattolica e il Sessantotto universitario". Ha collaborato alla rivista "Cimbas" che si occupava delle fonti per la storia della civiltà marinara.